Holidays in the sun

Occhèi, il blog si prende un bel periodo di vacanza.

A risentirci più avanti. 

Allora

Diciamo così che stiamo procedendo.

C’è stata una settimana speciale, che mi ha fatto sorridere e ringraziare, che mi ha sciolto la lingua e annodato gli intenti. Ci sono state letture, anche se scoordinate ed episodiche. In mezzo a tutto questo, c’è stato intento, ed impegno. Il che purtroppo mi ha tenuto lontano dagli strali scenici degli Altri, che comunque a Pinerolo si sono difesi benissimo, collezionando anche inaspettate, e gradite, offerte.

Sul comodino, a dare la carica dovesse mancare, c’è "La festa è finita: storie di precariato e lavori di merda".

Buono studio, e buon lavoro. 

Ciao Villa

Anno nuovo vita nuova, ed ecco che ci si ritrova a recitare il de profundis per quella storica istituzione dell’urbanistica sociale torinese che è stata Villa Calandra.

La Villa nasce pochi anni orsono sulle ceneri della precedente storica Casa Gallo (le ho con orgoglio dedicato una sonora scarica di citofono la notte di capodanno, verso le due) alla quale è d’uopo dedicare un accenno. Celebre per la finestra che dalla doccia dava direttamente sulla tromba delle scale, Casa Gallo merita altresì d’essere ricordata per altre caratteristiche che l’hanno resa un caposaldo della bio-abitabilità nel capoluogo sabaudo: anzitutto la zona cucina-bagno, concepita con ardire architettonico in un unico spazio, un corridoio con tanto di curva a metà, fra il frigo e la lavatrice. E ancora la sala da pranzo/ingresso: un ampio spazio unico (tre metri per due) dove ambientare storiche cene. Le due stanze da letto, dove regnava un ordine meticoloso/disordine costruttivo. E perchè non menzionare i balconi inagibili?

Tutti abbiamo amato Casa Gallo. Per lo stesso motivo per cui dopo abbiamo amato Villa Calandra.

Della Villa, poichè alla sua prematura scomparsa è dedicato questo post, vogliamo rammentare una mia pentola, ancora ivi custodita dacchè ivi abbandonata da tempo immemore (chissà dove finirà, adesso?), ma anche gli importanti riconoscimenti ricevuti: il premio per l’alloggio a più alto tasso di pc portatili pro capite, i picchi di traffico adsl raggiunti (difficilmente eguagliabili). E come dimenticare la relazione di proporzionalità inversa che legava il numero dei magneti superstiti attaccati al frigo con la mia presenza nella casa? Nemmeno posso esimermi dal menzionare l’enorme cartello pubblicitario posto all’ingresso, foriero di meravigliosi consigli per gli acquisti (che giacca metterà quest’inverno Costantino Vitagliano?). Impossibile infine non dedicare almeno un cenno al terrore che la portinaia era in grado di instillare con uno sguardo in ognuno di noi, quando il grido  "DOVE VAI?" ti gelava il sangue nell’atrio d’ingresso.

Amo la Villa, e che cazzo.

Quel porto di mare e il casino che regnava, il variare della gente a pranzo e cena, il campanello perennemente in funzione, i materassi giapponesi dove accamparsi, le sue finestre senza tende, i biscotti al burro della Robi, le tonnellate di biancheria intima stesa a tutte le ore, il piglio stentoreo di Simo nello zittire/sgridare/riprendere/dirigere/consigliare le altre (il tutto in dialetti non appartenenti al ceppo linguistico indoeuropeo), l’attaccapanni sempre sul punto di collassare sotto le decine di giacche, e ovviamente le meravigliose feste che l’hanno resa indimenticabile, e uccisa.

Adesso, però, basta con le cronache dei fasti del passato. Ci sono nuovi capitoli da scrivere. Ci sarà una casa nuova da inaugurare.

Con una festa, magari. 

Arrivederci al ‘78

Ho visto su raitre l’ottima panoramica dedicata al settantasette: gli indiani metropolitani e il processo al golpe Borghese, Peppino Impastato e il femminismo, l’autonomia e il re nudo a parco Lambro, e i morti ammazzati da tutte le parti, destra sinistra e polizia.

Lo speciale si chiudeva con l’inquadratura di un muretto: sopra c’era scritto "Arrivederci al ‘78".

A me non sembrano passati trent’anni, ma cinquecento. Forse perchè non c’ero, non li ho vissuti, vabbè.

Qua per intanto siamo quasi pronti. Contributo a titolo personale: playstation con Pes 2008 (grazie sandrata), Tekken 5 e un altro demenziale sui conigli che non mi ricordo, la valigia del poker, una testa d’aglio, pandoro, il tappeto dell’Ikea, le chiavi dell’altra casa, chitarra e spartiti, la compilation che ho fatto ieri con l’immondizia disco-mainstream di due decenni fa, e la macchina fotografica.

State bene. E arrivederci al duemilaotto. 

Se c’è la vocale…

A volte necessitiamo di regole, prescrizioni chiare ed univoche che ci dicano che le cose sono così.

Elenchi descrittivi, norme per non pensare, per conformarsi ed agire. Periodi in cui gli scatti creativi non servono, vanno tenuti temporaneamente a tacere. Serve metodo, ed arida applicazione. Qualcosa che non serva discutere, ma sia sufficiente mettere in atto. Gerarchie sorde da rispettare, in vista di risultati.

Niente sforzi per dedurre, mi basta inferire. Se A, allora B.

Qualsiasi cosa, purchè mi dipinga il mondo a due tinte nette, e senza sfumature. Che mi porti dritto alla soluzione, come alle elementari, con i plurali delle parole in -cia e -gia. Basta guardare la lettera che precede.

Se c’è la vocale, la "i" rimane. Se c’è la consonante, la "i" va via all’istante.

A rush and a push

I regali li ho aperti.

Lei c’è. In ogni singolo secondo, in ogni angolo della mia giornata.

E’ mattina, abbasso il fuoco sotto la padella con le salsicce, tengo d’occhio il trito di cipolle.

Mentre cucino me ne canto due degli Smiths.

Come direbbe Macco, potete andarvene tutti a fare in culo. E’ Natale, un buon Natale.

Auguri anche a voi. 

L’immagine perfetta

Delle volte la giornata ci ritaglia attimi di perfezione, che ci passano davanti mentre siamo distratti, che ci colgono impreparati, forse.

Infatti guidavo in mezzo alle case, in mezzo alla clausura di questa settimana. Guidavo e l’ho vista all’ulltimo, girando la testa verso destra. E’ stata una frazione di secondo, ma credo che l’immagine fosse definitiva, davvero: lei seduta sulla bicicletta, ferma con un piede appoggiato al marciapiede e lo sguardo attento verso una vetrina. Lei che non vedo quasi mai, lei che c’è stato un periodo in cui abitavamo vicini, in cui eravamo vicini sul serio.

Poi, in mezzo, un sacco di cose: sua madre, il tempo, e anche quella volta in tram, al lingotto, il discorso senza senso, le sue lacrime difficili, e un silenzio forzato, l’imbarazzo indotto.

Però se non c’è più un presente, se la nostra parte monca, così insensatamente vicini, l’abbiamo fatta per quasi un anno all’inizio del decennio, allora mi va che l’oggi sia così: il giallo spento del pomeriggio, il suo cappotto beige, il berretto stupido sulla testa.

Perfetto, come un film di Truffaut, o come Pet Sounds. Puoi solo fermarti, constatarne la meraviglia.

“Anni luce” mentre guido verso casa

La foto in copertina fa il verso a The Freewheelin’, anche se l’anno è il 1992 e Firenze non somiglia poi troppo a New York.

Il giorno sulla destra intanto sta finendo, un po’ più in là dei tralicci dell’Enel, con le nuvole bagnate di giallo, la nebbia e i fari delle auto che mi vengono incontro. Vengo via da diciassette ore strane, a cavallo fra i due giorni, ore legate e intense, senza stacchi di luogo nè pause.

Ho sonno mentre guido, la voce di Fiumani si racconta e mi racconta. Si è rotto un bicchiere, ci siamo sfiniti e capiti, parlati e guardati nel trascorrere ovattato dei mille minuti esatti, in mezzo fra la notte al capolinea e i pezzi grigi del giorno nuovo, tartassati dalle scadenze del parchimetro ogni volta ritardate e rinnovate, rimbalzati da un momento a quell’altro, con distanze che diminuivano stando fermi e vicini nella stanza. E poi il quintale di cibo, e tutti quei dolci, a chiudere al meglio quella strana parentesi fra i resti della domenica ed il lunedì. Nostra e leggera da togliere il fiato.

Per dare la spinta a questa settimana di testa bassa e dedizione alla Causa.

Come Milano

E’ chiaro che non ci vivrei. E mica solo per i soliti motivi, per la nebbia, il freddo e il caos, perchè non è casa e non avrebbe senso starci.

Più semplicemente, perchè ha sempre significato ai miei occhi transito, e dimenticare. E perdita. Come allora, a gruppi di trenta incrociarsi per un pomeriggio, provare a rivivere al freddo autunnale insensato i fasti di qualche luglio in Galles, o nell’Essex. Così, peregrinando tra le catene di grandi magazzini, in mezzo a qualche foto fuori fuoco e a mezzi dialoghi resi inutili dal poco tempo e dal punto di domanda su quando -e se- ci saremmo rivisti, passavano quelle domeniche di overdose pre-natalizia, qualche anno fa.

E per Capodanno sarebbero già state passato recente, tanto Paola quanto Silvia, un qualcosa di effimero, da portarsi dietro per le telefonate fuori regione, ogni volta più stanche e meno puntuali. Quelle sì, davvero inutili.

Pertanto così mi è rimasta Milano. E l’idea non la cambio.

Nemmeno oggi.

Nemmeno mentre la mia faccia schiacciata nel profumo dei tuoi capelli, sotto il marmo di San Babila, mi fa gridare forte dentro e dimenticare tutto il resto.

Nel momento

Mi alzo, l’altra mattina. Sento una cosa dura sotto il piede, come un sasso. Alzo la gamba, la piego, guardo. Appiccicata al tallone, la massa informe di due gomme da masticare attaccate attorcigliate, ma ancora distinguibili: una bianca, una verde.

Non c’è immagine migliore, di noi due: due gomme diverse, mangiate e masticate da bocche differenti, con storie lontane e strade separate, e poi per caso passate, con un bacio, da una bocca ad un’altra, quindi sputate e appoggiate a terra. Attorcigliate e scomposte, unite.

Allora va bene così, come con le gomme: si mastica e non ce ne si accorge, fino a che la gomma resta morbida, fino a che ha ancora un po’ di gusto.

La cesta di arance

Oberst ha scritto una cosa, che in italiano suona grossomodo così:

La pioggia ha incominciato a battere sul vetro accanto al mio letto.

Ho trovato una scappatoia nel sogno, così ne sono uscito e sorprendentemente i miei occhi erano già aperti. Lì, dove c’erano appena stati i miei incubi, solo il comodino e l’armadio.

Allora mi sono vestito e me ne sono andato fuori, lungo le strade grigie, ma tutto mi sembrava diverso, ed assolutamente nuovo: il cielo, gli alberi, le case, i palazzi e persino il mio stesso corpo, ed ogni persona in cui mi imbattevo, non vedevo l’ora di conoscerla. Così mi è capitato davanti un medico che sembrava abbastanza mal messo, gli ho detto: "Non c’è nulla che io possa fare per te, che tu stesso non possa fare meglio". E lui: "Sì che c’è, tienimi soltanto la mano, mi sa che può servire". Quindi mi sono seduto un po’ con lui, e gli ho chiesto come si sentisse. Mi ha risposto: "Penso di essere guarito. Anzi, ne sono sicuro. Grazie per il sorriso".

Ed allora ho imparato la lezione:   O G N U N O   E ‘   S O L O,     e dai tuoi occhi dovrà pur piovere ogni tanto, se hai intenzione di crescere.

Ma quando piangere non serve e non riesci a metterti a posto, beh è meglio scrivere qualcosa, un’onesta riga di desideri, o una semplice canzone. Ed ecco perchè canto: "Ehi, non preoccuparti, perchè adesso ti ho di nuovo qui con me, e tutte le volte che avrai voglia di piangere, io proverò a farti sorridere. E se non ci riesco, se semplicemente fa troppo male, allora aspetteremo che passi, ed io ti terrò compagnia nei giorni più lunghi e scuri. E continueremo a ragionare sul problema, anche se sappiamo che non lo risolveremo mai, dei resti diseguali dell’amore, chè le nostre vite sono frazioni di un intero".

Ma se il mondo potesse bloccarsi in un fermo immagine, come un quadro alla parete, allora penso che vedremmo la bellezza, allora penso che staremmo fermi e in soggezione ad ammirare le nostre vite ferme immobili.

Come un cesto di arance. Come la storia raccontata dalla faglia di una roccia.

Come al primo ascolto dell’Album della Pecora

Sono andato là con nello zaino la tuta e la maglietta che uso a dormire.

Che avremmo preparato cena insieme gliel’avevo scritto, chè volevo così e non mi andava di arrivare e trovare pronto. Quindi abbiamo cucinato e mangiato seduti di fronte, senza più imbarazzo e con una mezza cosa allo stomaco che mi riesce poco di spiegare, come una recita strana di qualcosa che non ricordavo più e che mi è piaciuto fin da sempre, fin da quando facevo più di ottanta chilometri in bici verso la langa alta, e dormivo lì e tornavo giù la mattina dopo.

Dopo, quando è stata ora di alzarmi dal divano e tornare a casa, non l’ho fatto.

Nell’alone giallo della luce che filtrava dalle persiane, ho fatto caso alla frequenza dei respiri, un attimo prima che il sonno avesse la meglio su entrambi.

Ogni due suoi era uno mio, penso.

Martini Ace Muller Thurgau Pampero Albicocca

Qualcuno ieri ha compiuto gli anni.

Non so cosa rimarrà ai posteri dell’evento. Forse il fatto che ho osato presentarmi senza un regalo, senza -rectius- nemmeno essermi ricordato che quando si va ad un compleanno è buona creanza arrivare muniti di qualcosa per chi festeggia?

Forse la convinzione che andare avanti con le lenti usa e getta è la scelta migliore, e che azzardare le mensili per poi passare metà della serata nel bagno del locale con le pupille sanguinanti a cristonare non è una grande idea?

Oppure rimarrà la consapevolezza, confermata un’altra volta ancora, che villa calandra è un po’ una specie di seconda casa, e che fare serata con le sue inquiline rimane una cosa per cui vale la pena tornare a casa a piedi quando i bus sono finiti perchè è tardi?

No, aspetta. Mi sa che di questo compleanno, alla fine, rimarranno più di ogni altra cosa i tuoi schizzi di vomito sulle mie all-star nere, che adesso sono da lavare.

Auguri Simo.

Agosto

Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata. Così diceva Clementi in quella canzone, e così stavo messo io in quelle giornate lunghissime.

Il tram mi portava in centro al mattino presto, delle volte eravamo anche solo io e l’autista. Entravo in biblioteca col sollievo dell’arretrato da sistemare in archivio, e se ne andavano le prime due ore: le schedine tutte uguali, l’ordine alfabetico da rispettare, il quadrante bianco dell’orologio enorme nel corridoio. Poi era il turno dei libri, a gruppi di tre massimo la volta per poter fare più giri possibile. Venti, trenta volte giù e su da quella scala a chiocciola, oltre la porta tagliafuoco, lungo gli scaffali, attraverso l’androne comune nei sotterranei, e poi ancora giù fino ai comparti. Finivo col fiatone, ma almeno era già l’ora della posta: quattro passi fuori, due parole con quelli dell’ufficio smistamento, e tornavo indietro. A quel punto se c’era roba sul carrello erano un altro paio di giri, sennò internet, sito dell’ansa o qualcosa di simile. Notizie, il cazzo di niente che può succedere a inizio Agosto, qualcosa da leggere e non ricordare.

Veniva a recuperarmi il mio ex coinquilino a fine turno, quello che adesso sta in corso Galfer. Con la carta musei ne giravamo uno al giorno, noi e quei quattro impiegati rimasti a lavorarci in pieno esodo estivo. Egizio, Risorgimento, Archivio, Giardini, Naturalistico, Cinema e così andare, finchè coi piedi in mano tornavamo a casa per cenare.

La sera, spiaggiati sul divano, c’era spazio per il cinema di genere. L’effetto benefico dei dieci-quindici chilometri percorsi si faceva sentire. Era quello che volevo, e l’unico momento atteso in quei giorni fotocopiati: sentivo il sonno arrivare, e mi addormentavo di sasso.

Un’altra sera senza pensare. Un altro giorno trascorso.

Quando prendevo il cinque

Andavo a piedi fino all’arsenale, alla prima fermata. C’era sempre da aspettarlo, almeno un quarto d’ora. Una volta sopra di solito ascoltavo la musica, oppure portavo una rivista da leggere. Il viaggio era piuttosto lungo per una linea urbana. Guardavo le facce della gente mentre la Crocetta diventava corso Orbassano, quindi periferia, quindi cavalcavia e centri commerciali.

A tornare, poi, mi toccava aspettarlo ad ore assurde, in quell’angolo di cintura torinese. Sempre che non fosse disponibile la punto bianca, perchè in quel caso guidavo veloce lungo i viali vuoti ed in dieci minuti ero a casa, anche se c’era sempre troppo silenzio e stanchezza in quei viaggi di ritorno, e preferivamo la radio alla voce dell’altro.

Adesso è Novembre, e comincio a parlare al passato prossimo. Il fastidio inizia a scolorire in ricordo, e quello che prima evitavo accuratamente, chè sembrava marciassi su un campo minato, adesso ogni tanto lo cerco, in rigoroso ordine sparso: il terzo piano a Porto Maurizio, ICQ, Novembre da tua madre a Londra, quella cosa detta in bus verso Famagosta, quando a Volterra ti sei spaventata, voci stupide e risate, parlare degli altri, i dubbi in aereo e alla fine Cabarete, La casa di Hilde andando verso Lugano e il capodanno finito al Molino, Sarajevo e Mostar nonostante tutto, le chiamate da Nairobi ad Auckland a ottomila lire al minuto e con il fuso impossibile, i Queers che non ho visto suonare, e quel merdoso film di Pieraccioni.

Non ci si può far governare dal vissuto, nè si deve permettere che condizioni ciò che ancora dobbiamo vivere. Però nemmeno lo si può ignorare, o almeno non in eterno, e così appena smette di fare troppo chiasso, appena riusciamo a ridimensionarne la portata, allora è giusto che entri a far parte delle cose che ci portiamo dietro.

Così che smetta di fare male, quando (sbagliando?) lo vogliamo rivivere.

Quale etichetta?

In giro c’era nessuno. Siamo saliti a piedi per le vie vuote del paese, sotto la luce gialla dei lampioni. Sotto lo sguardo vigile di Dylan, accanto a Lou Reed e Laurie Anderson abbracciati, di fianco a Zorn che rideva col sax in mano. Avevo freddo, e anche fretta di arrivare in cima.

La cosa migliore è stata il silenzio. Il fatto che riuscissimo a camminare a fianco, senza bisogno di tirare fuori una parola. Quando siamo arrivati alla chiesa vecchia avevo i piedi congelati, e l’aria gelida che mi tagliava la faccia. Così l’idea migliore che mi è venuta è stata farti infilare le braccia nel mio cappotto che, è vero, hai ragione, ha un taglio abbastanza da coatto e starebbe meglio addosso ad un quindicenne con le idee poco chiare su cosa mettersi addosso, ma a quanto pare torna utile quando la temperatura scende sotto lo zero e poi in ogni caso te l’ho detto, se magari a porta palazzo trovo qualcosa che mi piace, la prossima settimana faccio un salto e.

E poi basta parole.

Non so etichettare questi giorni, non so contare bene i passi che sto facendo. Non so neanche se sono esattamente dove vorrei essere, ma di sicuro ci sono maledettamente vicino. 

Apologia dell’incompiuto

Sto fermo là, come un coglione.

Comincio qualcosa col solito slancio, neanche riesco a rendermene conto, all’inizio. Porto avanti il tutto, e quando sono a un passo dal risultato, mi fermo. Rallento. Sembra quasi che mi piaccia pensare al tempo che perdo, e alle occasioni che trascino.

In quell’articolo sul giornale dicevano così che bisognerebbe dare un colpo di reni deciso, quando si è in bilico. Come in spiaggia con la gara di biglie: cominci bene, qualche colpo preciso e sei avanti, anzi sei quasi in fondo, poi capiti a fermarti proprio là, in bilico sul bordo della pista.

Gramellini lui diceva di non avere dubbi: devi guardare avanti e tirare una stecca pazzesca.

Mi tocca dar ragione al granata, mi sa.

Dritto arcòre

L’altra mattina camminavo in centro, e a un bel momento mi si para davanti.

Sbucato dall’angolo, lanciato a mille in piedi sui pedali, piegato avanti sul manubrio, certamente proiettato, con clamoroso ritardo, verso un campanello liceale delle otto.

Gli ho gettato uno sguardo mentre sfrecciava in contromano, ho detto cazzo sono io dieci anni fa. Addosso aveva la stessa identica uniforme dell’hardcore melodico che portavo anch’io all’epoca: la felpa col cappuccio con sopra la maglietta dei NOFX (quella dell’intramontabile logo snickers customizzato punkers), i pantaloni tre taglie più larghi del dovuto, due panettoni da skate ai piedi e l’immancabile tracolla Eastpack. E ovviamente gli auricolari, per non sentire clacson e madonne degli automobilisti in risposta alle manovre ciclistiche rischiose ed impossibili, ma pur sempre necessarie per sopravvivere al ritardo genetico di ogni mattina.

Ero in mezzo a questo clamoroso processo di identificazione inter-generazionale, e mi è venuto da pensare: ma lo sa, il ragazzo, che fra dieci anni rischia di diventare come me?

Dov’è Michael J. Fox quando ho bisogno?

Che prenda la De Lorean e venga qui alla veloce. Il rettilineo per raggiungere le ottantotto miglia orarie ce l’ho, possiamo usare il corso qua davanti.

O per lo meno che cada il motore di un aereo sopra camera mia, e un coniglio gigante mi dia una mano ad infilarmi in un paradosso spazio-temporale.

Insomma non importa la pellicola, ma che qualcuno si dia da fare, chè ho da raggiungere un mercoledì verso settembre-ottobre del ‘99. Quella doveva andare in treno a studiare da Camilla, ma prima, di mattina, c’era stata manifestazione. E io, a dir la verità, non avevo mai avuto così poca voglia di manifestare, mentre stavo lì inerme, su quella panchina, a fare la sua conoscenza e a prendermi la tramvata sentimentale più intensa del decennio.

E allora, J. Fox, si può sapere dove sei, adesso che per tornare davanti alla stazione a darle ancora una volta quel finto cazzotto in pancia, darei qualsiasi cosa?

Tre volte inchiodata nel legno

L’altra sera mi sono visto suonare davanti il live Pfm-De Andrè del Settantanove, quello che ha fatto da colonna sonora ad un sacco di pellegrinaggi universitari all’epoca delle gloriose trasferte cuneesi. Non sono mai stato un fanatico dell’arrangiamento proggoso, ma la conoscenza del live, la familiarità con la veste movimentata e barocca (?) dei pezzi mi aspettava al varco.

Così mi sono bevuto tre ore dal vivo senza fiatare, sospeso in mezzo al tocco esperto di sti tre sessantenni. Ogni tanto io e quello a fianco a me ci voltavamo, sembravamo programmati in sincrono. Lo guardavo, avrà avuto cinquant’anni, ci leggevamo vicendevolmente in faccia un misto di sorpresa, e però anche conferma, di quanto quella serata ci stava trasmettendo. Insomma, per tagliar corto ho sorriso della familiarità che provavo con quello che stava succedendo sul palco. E poi hanno suonato Giugno ‘73, e prima che potessi accorgermene la canzone era già arrivata proprio a quel punto.

Ho fissato lo schienale della fila davanti.

Quell’altra sera ho viaggiato in auto, e mentre guidavo ho parlato e mi sono aperto come mi succede poco sovente con chi non conosco bene. Poi dopo è stato vino del Lidl e torta del Bennet, e cibo come quando mangiavo tanto per mangiare. Le parole uscivano facili, perchè mi sentivo abbastanza a casa. Solo avrei voluto essere un po’ meno stanco, e far durare di più i discorsi, e andare più a fondo.

La terza sera è stata come me l’aspettavo, ospitalità e familiarità immediata, soddisfazione per il lavoro fatto e nuove conoscenze. E un sacco di vento freddo, e metri sul livello del mare, e cibo incredibile.

Insomma giornate piene, in mezzo al tappeto di foglie rosse che intasa i marciapiedi di Torino. La voce di Cerasuolo sembra fatta apposta per questi giorni che si accorciano.

Devo muovermi, con la tesi.

Altrimenti la Simona mi ammazza

Ed io non voglio morire.

Non di morte violenta, almeno. E comunque non adesso.

E in ogni caso non per mano di sicari. Aiuto. Continuerò a scrivere.

Continuerò.

Controlli diffusi sull’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero nell’ordinamento statunitense: sistema elettivo e discrezionalità dell’azione penale

 

 

 

 

Vedremo di venirne a capo. 

Grazzi hafna

Grazie mille. E’ tutto quello che mi è riuscito di imparare in quei giorni di Marzo a Malta.

E’ arrivato, in spaventoso ritardo, il dvd con la summa di foto e filmati di tutti noialtri sei, come da tradizione londinese. Ho dato un’occhiata al tutto, ho visto un’altra volta quelle giornate, quelle facce da vacanza necessaria a metà semestre, catapultati dalle piogge inutili del Marzo torinese ai fasti Erasmus di quell’estate anticipata in mezzo al Mediterraneo.

Come sempre in trasferta, abbiamo dato il meglio, e ricordo che anche in mezzo ai discorsi più difficili e ad alto tasso alcolemico, ognuno aveva una sua quadra, e credo che le cose stessero andando nella direzione giusta un po’ per tutti.

Non so che cazzo vuol dire, ma oggi non credo potremmo partire e replicare quella settimana. Sarà che è Novembre e non Marzo, sarà stata la "meravigliosa" estate del 2007 che è passata a cambiare, in stranissima e rigorosa simultaneità, le singole vite e prospettive di tutti e sei, sarà quello che è, ma per un’altra trasferta da raccontare alla futura prole aspetteremo ancora un po’.

Per adesso restiamo qui, e vediamo di darci vicendevolmente un occhio, in mezzo al traffico di persone e accadimenti che stanno attraversandoci in quest’autunno post-apocalittico. Personalmente, mi sento come al primo ascolto di Trout Mask Replica.

Tenevo la custodia in mano, ascoltavo. Non sembrava neanche musica. Mi sono chiesto se il cd fosse rotto.

Non sai niente

Era ciò che ripeteva il figlio degli amici dei miei.

Quello aveva undici anni, io sette. Venivano a cena, io e lui giocavamo in camera, finchè uscivano i discorsi da gente scafata, e allora il gap generazionale cominciava a farsi sentire; lui, ovviamente, lo sfruttava in maniera spietata, dall’alto della licenza elementare ormai raggiunta.

Mi innervosiva non riuscire a rispondere a quelle domande, non tenere il passo del discorso, così appena se ne andava correvo a cercare le risposte. Per mio conto, rigorosamente, chè chiedere ai miei mi sembrava una resa. E in più intuivo che, vista l’età, non erano argomenti alla mia portata. Così mi ammazzavo di Oceanica, l’enciclopedia che troneggiava dall’alto degli scaffali di camera mia, e se non bastava andavo in sala a consultare tutto il cartaceo che l’appartamento poteva mettermi a disposizione. Fu così che venni a sapere, in solitaria e con sommo sbigottimento, del preservativo, del ciclo mestruale e di altri misteri da età pubere.

Ho riaperto l’Oceanica, ho controllato: niente risposte ai quesiti di oggi. Dovrò andare a tentativi, ripiegando su una testarda scelta empirica: come da ultimo periodo, continuerò ad imparare dagli errori.

Vedi alla voce: Logorrea

Anche senza bisogno di scomodare Grossman, in questi giorni mi sono perso dentro le voci di un’enciclopedia che stiamo scrivendo senza manco capirla, e che stiamo leggendo a caso.

Comunque resta il fatto che ho passato gli scorsi venti giorni con la coda dell’occhio attenta, lo sguardo gettato di lato, senza girare la testa. A destra o a sinistra, secondo dov’eri. Parlare, ho parlato allo sfinimento. Che non ne potessi più, che mi stessi dicendo qualcosa, perfino che dormissi coricata sul sedile posteriore, io parlavo.

E ogni parola era un mattone, ogni passo calce. E se proprio non parlavo allora stavo ascoltando te. Altri mattoni, cemento.

Adesso ci sono seduto sotto, così non mi riesce proprio di vedere se il muro è dritto, se fa schifo, se mi cadrà tutto in testa. So che a forza di parlare sono mezzo rintronato, e c’è una specie di nausea in tutto quel tempo in cui ci siamo mossi uno accanto all’altra. Tutto troppo, in troppo poco tempo.

Fatto sta che sto smettendo persino di chiedermelo, cos’avrò da parlare così a lungo. Imparerò il silenzio più avanti, per adesso provo a vedere che il muro non mi venga in testa. E se succede farò come ho sempre fatto, aspettando che arrivi un altro carico di parole, di pezzi di vita da raccontare, fino al prossimo crollo. E alla prossima volta che, come in mezzo ai chilometri di questi giorni, mi venga ancora da pensare che, qualsiasi cosa sia e in qualunque modo si chiami, io ne voglio ancora.

Weekend finito

Vorrei uscire in balcone, e urlare quelle cinque lettere fino a farmi sanguinare le corde vocali.

Il silenzio mi sta castrando la voce, quasi le dico a me stesso le cose che avrei da raccontarti. Il lunedì è sempre così, un interruttore che spegne i passi e le parole del fine settimana, lasciandomi inebetito e pieno di tutti quei frammenti di reciproca vita che ci siamo rovesciati addosso nei giorni scorsi.

Presenza e assenza, cazzate e silenzio, risate e sguardi. Adesso che non ci sarà più niente ad imporci questi ritmi, mi chiedo che piega prenderà questo strano processo di addomesticamento che abbiamo cominciato. Si perderà nei giorni sempre più corti di Novembre che inizia o vedremo di farlo proseguire?

Non so se uno dei due avrà voglia di cambiare sto cazzo di andi, so solo che quando mi corico la sera, e ho gli occhi chiusi, comincio a vederli chiari, i tuoi lineamenti.

E non so se è un bene. 

Affanculo

Non è che possa sempre andare tutto bene.

Questi giorni sembrano colla, li attraverso al rallentatore e ogni ora mi costa concentrazione, fatica e sonno. Finirà anche Ottobre, e faremo passare Novembre.

Quello che infastidisce di più è il dover portare avanti più fronti, e quando le cose si accumulano e schiacciano in poche ore è difficile venirne a capo senza dubbi.

Il cielo fuori intanto sembra una canzone dei Belle & Sebastian. Il che, se non sei dell’umore giusto, non è proprio il massimo. 

1982 pietre che rotolano

Mentre stavo nascendo l’Italia ha vinto il suo terzo mondiale.

Nello stesso momento al Comunale di Torino migliaia di persone omaggiavano gli Stones, in Italia per un paio di date. La Rai girò allora uno speciale sull’evento: "Sympathy for the Rolling". Vederlo ieri mi ha fatto un certo effetto: Torino sembra Nairobi nelle esterne del pomeriggio del concerto girate fuori dallo stadio, tra l’architettura dubbia della torre del Comunale e la gente che ci passeggia sotto in costume, vagando nel caldo impossibile.

A quello pensavo oggi, mentre la semi-pioggia che lava le strade da tre giorni mi si infilava nel colletto della giacca e mi appiccicava i pantaloni alle gambe. Sarà stato l’opposto quadro atmosferico, ma ho percepito distanza rispetto a quegli strani anni di riflusso in cui mi è capitato di nascere. Viverli da universitario non sarebbe stato male. Se non altro, fra i colpi di coda della stagione dei movimenti, alla tre giorni di rock contro il nucleare della facoltà di architettura, mi sarebbe riuscito di vedere suonare i Franti.

Per gli Stones invece non c’è problema, ho ancora almeno cinquant’anni per vederli dal vivo.

Calcetto

Stasera, variazione sul tema.

Al posto dell’abusato Italia-Romania, foriero di gradevoli diverbi bilingue e stimolo per contatti (gamba-ginocchio, scarpa -caviglia) che accorcino le distanze umane e sociali fra le culture dei due paesi, abbiamo curiosamente optato per un giovani-meno giovani, paurosamente vicino, in realtà, ad uno scapoli-ammogliati di fantozziana memoria.

Risultato? Le abbiamo prese. E sonoramente, aggiungerei. Un bel 10-7 ad insegnarci che l’esperienza è un’arma che non va mai sottovalutata, che la boriosa esuberanza dei vent’anni spesso può indurti a sopravvalutare le reali potenzialità tue e dei compagni…

…Ma soprattutto che se attacchi in quattro, e gli altri rispondono con un portiere largo come la porta e tre attaccanti fissi davanti alla tua, di porta, priva di difensori, poi dopo hai proprio poco da lamentarti.

O no? 

Risiko: culo o strategia?

Culo, non c’è dubbio.

Anzitutto l’obbiettivo: un conto è dover annientare i viola, che magari già per conto loro si autodistruggono lancindosi in attacchi suicidi. Un altro è trovarsi a dover conquistare Asia e Sudamerica.

Poi c’è la disposizione iniziale dei territori: anche quella è affidata al caso. Così rischi di trovarti con territori rigorosamente lontani fra loro, indifendibili, sparsi. Mentre magari quello a fianco a te parte con un continente di fatto già assegnato.

Andiamo avanti? Il lancio dei dadi: quando attacchi con tre carri e fai, che so, un bel 1,2,4. Niente, tiri giù due madonne e prosegui. Anche qui, si va a culo. Mi pare chiaro.

Poi ci sono le carte territorio per fare combinazione: tu ti rovini per strappare almeno un misero territorio a giro, e cosa ottieni nell’ordine? un cannone, un altro cazzo di cannone, poi un fante, un altro fante, mentre magari gli altri con tre carte mettono insieme due cavalli e il jolly. Niente da fare, culo puro anche qua.

E poi, per concludere, c’è il classico fattore "piove sul bagnato": più territori ho, più carri ricevo. Più continenti difendo, più armate ricevo ogni giro.

Insomma, cosa rimane a livello di strategia/abilità? Boh, forse il sapersi fermare quando vuoi attaccare e i lanci ti vanno male, il saper scegliere dove posizionare i carri quando ti arrivano, le scelte su quando spingere sull’acceleratore e quando tirare i remi in barca.

Al di là di ogni prevedibile strategia, resta la scelta Oceania: se all’inizio capiti da quelle parti, resta un ottimo, piccolo investimento. Solitamente non troppo difficile da conquistare, è persino troppo semplice da difendere. In più, ti garantisce anche due armate a giro.

E allora puntiamo bassi, a quest’Australia, che di questi tempi due armate a giro è anche più di quanto osassi sperare.

Cronache del sabato fuori casa

In ordine cronologico:

Il quartiere che si muove in blocco verso Torino nord per vedere suonare dal vivo Pelle Carlberg.

Il locale impossibile da trovare in mezzo alle rotonde e agli incroci impossibili.

La sorpresa dei Silent Bliss, le date promesse, le interviste paventate.

Pelle che quando gliela chiedo fa la cover di Elton John.

Noi che cantiamo la cover tutti attaccati.

Bio e Marco alla sesta birra.

Pelle che ci speiga perchè la Labrador, e cosa è il Musikbyran e perchè Springsteen è amico di Warren.

Noi sei che balliamo da soli in pista. Noi quattro che balliamo da soli in pista.

Raccolta "La Cinevox si incazza" per decomprimere tornando verso casa.

Salsiccia cipolla crauti salsa verde e maionese dal porchettaro.

Coesione, appartenenza, condivisione, quartiere-pancia, autoironia, affetto, legami, esserci. 

And if a double-decker bus…

Faceva freddo stasera. Tornando in auto, a farmi compagnia, c’era la vecchia raccolta degli Smiths che mi portava ogni mattina al liceo, qualche anno fa. E’ un catorcio di cassetta da 90, e "There is a light that never goes out" sta proprio all’inizio del lato A.

Riascoltandola ho ritrovato lo strano contrasto tra la melodia del ritornello ed il testo proprio poco allegro, così m’è venuta in mente la volta che tornavamo in auto da qualche parte (era il Delle Alpi?), e anche quella volta faceva un freddo assurdo.

Così ti ho rivista che dormivi lì vicino al posto di guida, finchè ti sei svegliata e gettata sul volante, in quella specie di gesto sonnambulo che a momenti andiamo a schiantarci contro il guard rail. Non so quanto ho urlato dallo spavento, e tu che non sapevi nemmeno cosa dire, finchè siamo stati così stanchi da non riuscire a far altro che guardarci in faccia e ridere.

Maledetto Morrissey. 

Il piatto piange

Che il poker non fosse una scienza esatta, lo sapevo da mò.

Ciò nonostante, capita di farsi anche ottanta chilometri in compagnia di una spalla del Quartiere e dell’ultima fatica targata Radiohead per unirsi ad un tavolo di amici del basso Piemonte. Si gioca prudente, ci si guarda le spalle, si tira ad attendere l’alzata dei bui. Si porta a casa qualche mano apprezzabile, si scoprono un paio di bluff, e la serata scivola svelta fra un mezzo miracolo di birra self-made in garage dalla divisione monregalese e l’inatteso ritorno della compilation che quest’estate ci ha portati in giro per il centro Italia (dentro davvero di tutto: Hendrix alle prese col sergente Pepe, i Motorhead, Pulp e Rino Gaetano, Leone di Lernia e Okkervil River).

Per un attimo ho quasi l’illusione che la serata possa prendere la piega più giusta, ma è una sensazione che dura un attimo, appena il tempo di andare all-in con coppia all’asso e quattro quinti di colore sul flop, e tornare contestualmente a casa, con le pive nel sacco.

E dieci euro in meno nel portafogli.

Due indizi fanno una prova?

Qualcuno che ha tempo mi spieghi i legami.

Se condividi qualcosa con una persona, e ti succede in un’età chiave della vita qual è la piena adolescenza, la stretta resta così forte anche a distanza di anni. E questo si vede bene se ciò che hai condiviso in quegli anni è un pezzo di strada assieme.

Oggi questo è per me familiarità, poter stare zitti in macchina, cercare il meglio per l’altro. E’ bello che questo legame rimanga, bello e pericoloso come le cose esclusive: significa che non tornerà, significa che ci sono persone che per quanto fondamentali ne resteranno escluse. Per la sola colpa di averti conosciuto tardi. Crescere si cresce insieme sempre, anche alla quarta età, ma certe pedate la vita te le dà con preferenza negli anni difficili della scuola, del cambiamento, quando le cose intorno succedono veloci e tu non sai se ti riesce di tenere il ritmo con la testa sufficientemente alta.

E’ una buona cosa se la vita ti preserva quelle persone, quella persona, anche per gli anni a venire. Qualcosa che somiglia alle cose che tieni sul comodino: le trovi, anche al buio. Anche se poi non è sempre così tutto evidente, anche se c’è possesso e voglia di mischiare ancora umori e strade.

Sarò anche miope forte, ma ci vedo meglio con lei vicino. 

Guida all’acquisto compulsivo

Sono un uomo, e un uomo daltonico.

Pertanto non so scegliermi i vestiti con troppa cognizione di causa. Problema cui si può soprassedere, se hai qualcuno che ti accompagna. Meglio se quel qualcuno è di sesso femminile. Così, viste anche le minacce reiterate di mia madre (ti servono pantaloni, puoi provvedere? Ti servono pantaloni, devi provvedere) domattina mi getterò nella mischia. Obbiettivo? Acquisti decenti, spese non esorbitanti. Ce la farò?

Mah. Per intanto gli ultimi aggiornamenti dalla base torinese mi comunicano che giovedì sera mi spaccherò ufficialmente la faccia al cutre, con contorno di brigata bordeaux-cardiff-siviglia e naturalmente gli altri del quartiere, tanto per rimediare alla puntata della scorsa settimana, saltata causa cena ad orari da penisola iberica.

Quanto al resto, navigo a vista in mezzo a questa settimana strana, aspettando che sia ancora domenica, e comincio vagamente ad intuire come si sente un eroinomane in astinenza: bisogno e pensiero fisso. Bisogno e pensiero fisso.

Mi sento a metà ritornello di quel pezzo degli Orange Juice, sospeso a metà e in attesa: la parte del "Rip It Up" l’ho passata già tutta con gli interessi, che sia davvero già arrivato il momento dello "Start Again"?

Happiness is a warm gun

Questo canta Lennon mentre guido verso il capoluogo.

E io non posso che dargli ragione, almeno oggi che sono in una di quelle rare volte in cui una cosa davvero non la cerco, ma finisco per inciamparci, caderci dentro faccia avanti. Inattesa e fuori posto, come questo sole a metà ottobre. E allora adesso, prima che subentrino i dubbi, prima che mi riesca ancora una volta di mandare in merda tutto con ragionamenti e domande, voglio scattare un’istantanea a questa domenica: verrà mossa e fuori fuoco. Con tutto indefinito, e niente di spiegato.

Stavolta però mi risparmio volentieri ogni interrogativo, chè di risposte, quest’anno, ne ho già avute anche troppe.

Vivin C & ipnoterapia

Quando il raffreddore diventa una cosa seria, il cocktail di medicinali e sonno può avere effetti devastanti.

Così nel dormiveglia sospeso del pomeriggio ho fatto questo sogno: salgo su un treno, entro nello scompartimento, vedo una persona per me molto importante. E’ seduta, e dorme con la testa appoggiata al vetro. Nel sogno io sono spettatore, non riesco a decidere niente.

Così mi vedo che mi avvicino e la guardo, mi siedo accanto a lei che non incontro da un sacco di tempo, e non so cosa fare, se svegliarla e parlarle, dirle tutto quello che mi sono scordato di dirle quando ancora potevo e la cosa aveva un senso, se lasciarla dormire e guardarla soltanto e aspettare che si svegli. In ogni caso non riesco a decidere, a stabilire cosa fare, così mi addormento con la testa sulla sua spalla, e faccio un cazzo di sogno nel sogno.

Nel sogno numero due guido un auto, è mattina e la strada corre parallela al mare, col sole che è sorto da poco. C’è un sacco di vento, che piega le piante e fischia entrando attraverso i finestrini. Sopra tutto questo c’è mr. tambourine man che esce dalle casse dell’autoradio. Non so per quanto guido, ma la strada è senza curve, la canzone è lentissima, e mi sembra che passi una vita.

Quando mi sveglio dal secondo sogno il treno sta arrivando alla mia stazione, lo so già prima che la voce all’altoparlante faccia l’annuncio. Alzo la testa, la guardo, lei dorme ancora. Dentro sento una specie di vuoto sollievo. Non so se nel tragitto si è svegliata, se mi ha visto lì che dormivo appoggiato a lei, se ha provato a svegliarmi, se si è accorta di qualcosa. Non so niente, ma mi sembra di essere riuscito a dirle le cose che ancora erano sospese.

Mi sembra di avere chiuso i conti. Scendo dal treno e fa un freddo porco. Stavolta mi sveglio per davvero, col naso tappato da soffiare e la vescica a pezzi.

Mi alzo e vado al bagno. Il pezzo di Dylan non mi esce dalla testa.

Ottobre: le ultime cartucce da sparare

Lasciare casa, sonno perso, la mostra su Elio Petri con la tessera musei per dormire due ore al caldo sui divanetti della mole, mobili antichi spostati e abbandonati, cineforum pozzetto montesano, vodka alla fragola parlando di Entracque, la domkultura a mirafiori con il quarto stato alle pareti, una cassa di tuborg in tre, il panino sulla banchina fuori da giancarlo, coda ai dipartimenti, il cesso della ruffini come casa base, gente che parte erasmus, piazzetta nizza al mattino presto, dormire tredici in una stanza, i giovedì in pista, i martedì anche, le auto verso piemonte sud, i corvi col loro ragazzo di strada, mattine bianco latte, caldo fuori stagione, fnac riempitivo, perchè tifare juve, figure di merda, dita di ruggine, via marco polo, il wi-fi della solari, l’ellepi degli art of noise, un’altra volta la strada verso la patetta,
guidare le auto altrui, nuove persone, la piola d’ij amis, pigiama e caricabatterie del cellulare, dubbi e occhiate, sguardi, zero risposte, alcool e appartenenza, pisciare al valentino, dormire sul 63, tempo libero, gallizio alla gam, il vino un euro al bicchiere vicino piazza statuto, israele e la sinistra, recuperare tempi e frenare istinti, guardarsi e capirsi, parlarsi e capire un cazzo, balconi verso corso vittorio quando tra un po’ viene mattino, e in fondo a tutto un gruppo di persone che cammina nella stessa direzione, e ognuno ha la mano sulla spalla dell’altro.

Mi sa che si resta in piedi. O se si cade, almeno si cade tutti.

Se cambi la cucina

Allora devi staccare dalla parete le piastrelle.

Si usano scalpello e mazzetta. Punti il primo lungo il bordo superiore della piastrella e con l’altra dai un colpo secco. A volte la piastrella si stacca di netto e cade, a volte neanche si scheggia, a volte ne salta solo una parte, e lì devi fare attenzione, perchè la ceramica taglia più del vetro.

Se non si stacca di netto devi insistere e levarla un pezzo alla volta. Significa che si era incollata meglio al muro.

Anche con lo scalpello, in ogni caso, devi fare attenzione. Se non lo punti bene in diagonale rispetto al muro rischia di scivolarti in basso, e comunque resta il pericolo martellata sulle dita. Quanto alla fatica, per la prima mezz’ora il braccio ti fa male, poi ci fai l’abitudine.

Quando hai finito il muro fa abbastanza schifo, mezzo scrostato di quella colla grigia tipo cemento.

Però sei pronto per la fase successiva. Un’altra mano di colla. Nuove piastrelle.